sabato, maggio 09, 2015

Altare e il porto di Savona

Altare e il porto di Savona.

 

1)    Il  commercio dei vetrai di Altare in regime feudale.

Altare (Latè nel gergo), un villaggio dell'Appennino Ligure, nel cuore di un'antica  foresta di querce e faggi, non lontano dal porto di Savona, sbocco inesauribile della commercializzazione altarese.

Il vetraio di Altare non lavora nel chiuso della boscaglia, con pochi addetti. Maestro e lavorante egli stesso, si unisce in società con altri maestri, accoglie nuovi operai in grado di rafforzare lo staff industriale; per rendere i suoi prodotti sempre più appetibili sul mercato, segue attentamente l'evolversi dei gusti e delle mode; impianta vetrerie nuove in  zone franche che gli permettono di ottenere migliori guadagni. Affronta gravi sacrifici per i trasporti  dal paese appenninico al porto di Savona, ma si rende forte di una valida équipe di   trasportatori a dorso di mulo, carrettieri, che formano il suo indotto, oltre ai minatori delle cave per l'estrazione della silice, ai taglialegna, ai fuochisti, ai muratori, ai pestatori della soda e della silice, agli impagliatori del vetro finito.

Nei secoli X e XI , il territorio di  Altare  esula da ogni forma di controllo marchionale. Vi è presente solo una chiesa eretta dai Benedettini di Lérins, chiamati dal Vescovo Bernardo  di Savona.

Nella seconda metà del secolo XII entra a far parte del feudo dei Signori del Carretto[1] della dinastia del  Monferrato.  Nonostante il governo feudale, in questo stesso territorio, a partire dal secolo XIII, si assiste a un consolidamento del ceto artigiano, affermantesi nel tempo sempre più vigorosamente. Uomini dai cognomi noti nelle carte del tempo, provengono da località diverse, per la maggior parte da Genova, alcuni da Venezia, da Milano, dalla Val Bormida, da Savona, da Pisa. Costoro, dopo avere superato tirocini di otto anni, diventano maestri e moltiplicano  i commerci. Questa caratteristica di un insediamento plurimo si evidenzia fin dai primi contratti notarili.  Nella seconda metà del Trecento, per acquisto di soda e vendita di vetrame, ricorrono cinque nomi di proprietari di fornaci. Nel corso del Quattrocento, sono più di venti i nomi ricorrenti.

 

2)    Impianto di vetrerie all'estero. L'industria segue il capitale.

I contratti aumentano considerevolmente nel secolo successivo con personalità nuove, provenienti dalla borghesia locale.  L'aumento progressivo delle transazioni, il trasferimento stesso di familiari a Savona, già iniziato nella seconda metà del 1300, per seguire le operazioni di imbarco e sbarco e creare magazzini, prevede un'organizzazione strutturale , di tipo corporativo,  basata su  norme, effettivamente  concordate da uno Statuto dei Vetrai  , che viene  reso ufficiale nel 1495[2] .

Il porto di Savona è il fulcro del  commercio rivolto verso le principali città marittime della penisola e delle isole, verso la  Spagna, l'Africa del nord.  In  Inghilterra,  già nel 1387-88, i doganieri di Southampton    registrano la presenza in porto di 10 caracche genovesi che risultano avere nella stiva 3.000 pezzi di vetro di    provenienza altarese[3]. Nella seconda metà del secolo successivo, membri delle famiglie vetraie incominciano a pilotare essi stessi galee e saettie per  il trasporto delle merci[4].  La soda, pagata in fiorini, proviene in grosse derrate al  porto di Savona dalla Siria, da Alicante, dalla Barberia (Africa del Nord), dalla Catalogna, dalla Provenza, da Tunisi[5] .

 Gli Altaresi non fondano vetrerie soltanto in Italia, di breve o lunga durata, ma dirigono la loro attività verso territori europei ,  ricchi di  materie prime e di legname, i quali offrono sufficienti garanzie di impianto e vari privilegi, simili in parte, a quelli dei nobili[6]. La prima regione estera, dove i vetrai di Altare instaurano la loro attività, è la Provenza [7] , cui seguono la Linguadoca, il Delfinato, La Borgogna, la Savoia,  la Franca Contea, il Lionese,  il Nivernese, l'Orleanese,   fino a raggiungere  la Normandia, la Bretagna, i Paesi Bassi[8],   il Principato di Liegi, dove gli Altaresi  lavorarono in gran numero à la façon de Venise[9] .

Nel XVII secolo, i vetrai di Altare arrivarono sino in Olanda (Pertica[10] – Da Costa[11]) e in Inghilterra (Dagna-Rachetti-Da Costa[12]). Qui  le famiglie altaresi dei Da Costa e dei Dagna  introdussero[13] la conoscenza del vetro al piombo . Giacomo Battista Da Costa, insieme con un vetraio di Murano,  negli anni 1673-74,  fece molti esperimenti al servizio dell'armatore George Ravenscroft, che si era impegnato a  produrre un vetro simile al cristallo di rocca . A seguito dell'intensa sperimentazione dei due italiani, il Veneziano e l'Altarese, il ricco armatore ottenne un brevetto , per la produzione del  cristallo al piombo,  il 16 maggio 1674[14]. 

Edoardo Dagna si era trasferito in Inghilterra su invito di un ex ammiraglio e uomo d'affari londinese, Mansell Sir Robert[15] ,  e aveva fondato a Bristol la prima vetreria nel 1651. Altri membri della famiglia si erano stabiliti a Stourbridge per trarre profitto dalle miniere del distretto di Birmingham. Qui essi  furono alla base di una crescita fenomenale dell'industria nella regione[16]. I figli di Edoardo Dagna I,  Onesiforo Dagna I – Edoardo Dagna II – Giovanni Dagna I, si stabilirono a Newcastle, porto fluviale sul Tyne e bacino carbonifero.  Furono i primi a introdurre la lavorazione al piombo sul Tyne , sviluppando lo stile conosciuto come Newcastle. La prima delle loro vetrerie, fondata nel 1684 presso Closegate, ottenne una concessione per 999 anni. Accanto alla prima vetreria, ne sorsero altre due, di cui una per vetro flint e una terza per il  vetro verde per bottiglie[17].

Scrive J. Barrelet[18] nel 1953, riferendosi agli Altaresi: " Questi vetrai erano persone abili in più arti, organizzatori lungimiranti, uomini d'affari audaci che avevano un modo nuovo di concepire l'industria e il commercio.  Essi obbedivano  a determinate regole  ed erano solidamente organizzati. I nuovi stabilimenti venivano installati nelle città, in prossimità dei fiumi, mentre i vetrai della boscaglia rimanevano in ambito forestale.

 

3)    Due secoli di vetreria a Montenotte.

L' Italia del Cinquecento è punteggiata di vetrerie altaresi, da Milano, a Pavia, a Piacenza, a Bologna, a Ferrara, a Roma, a Napoli, a Palermo ecc. rispettose dello Statuto dei Vetrai.

IL territorio di Montenotte, un feudo imperiale, spopolato e ricco di foreste, costituiva, ai fini della produzione vetraria, una vera e propria zona franca, esclusa da tassazioni e da divieti di costruzione di vetrerie. Nei primi anni del Cinquecento, vengono qui costruite vetrerie da parte di Cristoforo Massari, Gaspare e Agostino Veirerio, Bartolomeo Bormioli. Alla fine del secolo rimangono proprietari soltanto i fratelli Giovanni e Manfrino  Saroldi. Dal 1620 , essi prendono in conduzione diretta tutto il territorio del feudo, con diritto all'esbosco, purché provvedano al rimboschimento. Il tutto a breve distanza da Altare, dove rimangono i loro interessi maggiori.  La particolare situazione giuridica di Montenotte e la vicinanza al porto di Savona consentono ai Saroldi di importare direttamente dallo Stato genovese tutte le materie prime necessarie e a prezzo di costo, non dovendo pagare dazi sulla soda – come avveniva invece per le vetrerie di Altare – ed essendo possibile l'estrazione dal Genovesato, di vetro rotto che talvolta riescono a contrabbandare anche alle loro vetrerie di Altare. La vetreria di Montenotte, attiva sino al 1690, costituisce un complesso di notevole rilevanza produttiva, ma anche l'espressione di una notevole iniziativa  imprenditoriale che si esprime anche nelle attività collaterali. Fin dal 1663, i Saroldi superano il problema della preparazione della soda presso le fornaci con l'acquisto esclusivo di ceneri già preparate e pronte per i crogioli, evitando così il ricorso diretto alla macinazione del mulino feudale di Montenotte, con conseguente riduzione del costo[19](Malandra: 114-121). Qui vengono fabbricate lastre di una certa dimensione, fino a 10 palmi per sei, sottili o più spesse, ma sempre di una grande limpidezza e trasparenza.  Il  20  gennaio 1653,  vengono  imbarcate dal porto di Savona, alla volta di Genova, per conto del Marchese Luciano Spinola, 12 casse di vetri per finestre[20] ( Calcagno2013, p. 203) . Nel 1664 Giacomo Saroldi invia 14 casse di vetri per finestre a Palermo. Oggetti di cristallo e di grande raffinatezza vengono spediti , via mare, alle nobili famiglie de' Ansaldo e dei  Fieschi di Genova.

 

4)    La crisi seicentesca delle Vetrerie di Altare.

 La crisi seicentesca delle Vetrerie di Altare, aggravata dalle tasse sui beni immobili e dagli alti dazi imposti dai Gonzaga[21],  conobbe l'esodo di molti vetrai verso il Nord Europa, ma non la scomparsa dei loro nomi dai registri degli  spedizionieri . Anche nei secoli successivi la produzione altarese continuò a conservare un ruolo di primo piano all'interno del movimento portuale e i mercanti cittadini continuarono ad esercitare un controllo molto stretto sulla sua commercializzazione[22].

In Piemonte, dal 1501, avevano creato vetrerie i Ponta, i Pertica, i Sappa, i Marini,  i Pisani, i Bertoluzzi, i Massari. A questi ultimi, il duca di Savoia Emanuele Filiberto aveva concesso la privativa della fabbricazione e del commercio del vetro nel Canavese, in Torino e nel circuito di 12 miglia dalla città. Nelle vetrerie piemontesi  si erano  avvicendati  vetrai altaresi quali i Marazzano, i Saroldi, i Pisani.

Tra il 1690 e il 1694, i Pisani subirono dei dissesti finanziari, a seguito dei quali dovettero indebitarsi con i duchi di Savoia che entrarono nell'industria con 50% delle azioni. Nei primi anni del Settecento, la fabbrica di Torino era ormai di proprietà dei Savoia, i quali l'affidarono a tecnici altaresi.

 Alle vetrerie di Altare era stato  vietato dal re di Sardegna ( I Savoia avevano acquisito il titolo di monarchi con il trattato di Rastadt 1714) di produrre vetro bianco e di smerciare manufatti in varie città del Piemonte. Nonostante le proibizioni, nel porto di Savona il commercio continuava con la spedizione di un centinaio di  "corbe" al mese (la corba è valutata da 8 a 10 lire del tempo), soprattutto verso "la Riviera", a indicare un raggio di commercializzazione, rimasto  regionale, con l'eccezione di un'unica spedizione per "fuori Dominio" di 10 "corbe"del 23 agosto 1805.  Il vetro continuò a farla da padrone, come precisa il Calcagno, nell'ambito dell'export savonese"  anche nel periodo napoleonico[23].

 

5)    La fondazione della Società Artistico Vetraria Anonima Cooperativa.

Il 26 giugno del 1823, il re Carlo Felice soppresse in via definitiva la  Corporazione. Da allora si fecero più intensi i flussi di migrazione verso Firenze, Bologna e le Marche (dove c'erano vetrerie altaresi) e addirittura verso l'Argentina e il Perù, dove i vetrai portarono l' arte del vetro con l'impianto di nuovi opifici.

 La ripresa avvenne con la fondazione  della Società Artistico Vetraria nel 1856. Lo spirito imprenditoriale dei vetrai di Altare  permise alla Cooperativa di ottimizzare la sua produzione e di superare le avversità.  Nei primi decenni del Novecento, con l'avvento della ferrovia, molti trasporti incominciarono ad essere effettuati su rotaia, ma le "corbe" di vetro venivano ancora trasportate nelle città del Mediterraneo da  un veliero  di proprietà della Società Artistico Vetraria, ancorato  nel porto di Savona.

"Altare, comune senza territorio , a vocazione industriale", secondo la bella definizione del  Quaini[24] , continuò a vivere della sua arte vetraia fino al 1978. L'attività fu  ancora proseguita, nello stesso edificio industriale, da un imprenditore di Abbiategrasso fino al 1992 .

Ad Altare rimane un forno del Seicento, purtroppo non ancora restaurato e valorizzato nel suo alto significato storico, archeologico e sociale.

Il lavoro e l'arte dei vetrai sono  presenti nelle splendide collezioni del  Museo di Villa Rosa, dove, ogni anno l'attività lavorativa si rinnova con l'accensione di un forno e la presenza di artisti lavoranti, sia di Altare, sia di varie parti d'Italia e anche di provenienza estera.

 

 

 

 



[1] Charta divisionis inter VII Marchiones De Vasto, Monumenta Aquensia, I,col.53-56, n.42.

[2] A.S.T., Monferrato, Feudi, mazzo5, fasc.2.

[3] P. Calcagno 2014, Savona porto di Piemonte, Savona, p. 201.

[4] G. Malandra 1983, I vetrai di Altare, Savona, pp.82-88.

[5] G. Malandra: 242-255.

[6] F. de Bouillane de Lacoste 2003, Les Gentilshommes –Verriers de la région du Poët-Laval aux XVIIe et XVIIIe siècles, Grenoble, pp. 17-23.

[7] F. Pholien 1899, La verrerie au  pays de Liège, Liegi, p. 81 ; D. Foy 1988, Le verre médieval et son artisanat en France méditerranéenne, Paris, p. 77.

[8] A. Mallarini 1995, L'arte vetraria altarese, Albenga, pp. 41-53.

[9] F. Pholien:85-89.

[10] P. Doppler, Glasblazerij te Smeermaas in de 17eeuw, in « De Maasgouw 50 », 1930  pp.62-63

[11] C. Moretti 2003, George Ravenscroft, considerazioni e aspetti ancora oscuri nel processo di realizzazione del vetro »flint », in" Altare : la cultura del vetro", p. 22.

[12] W.A. Thorpe 1929, A History of English and Irish Glass, London, pp.120-124

[13] E. Peligot 1677, Le verre, Paris pp.,345-346.

[14] W. A. Thorpe 1929:  120-124.

[15] H. Newman 1977, The Dictionary of Glass, London, p.192.

[16] D.R. Guttery 1956, From broadglass to cut crystal, London : 77-78

[17] W.A. Thorpe: 142-195.

[18] J. Barrelet 1953, La Verrerie en France de l'époque gallo-romaine à nos jours, Paris, pp. 73-79.

[19] G. Malandra:114-121.

[20] P. Calcagno: 203

[21]  A.S.T., Monferrato, Feudi, mazzo 5. Nel 1535, il Monferrato, per l'estinzione della famiglia dei Paleologo, era divenuto feudo dei Gonzaga, per volontà  dell'Imperatore Carlo V.

[22] P. Calcagno:339.

[23] P. Calcagno:389

[24] M. Quaini 1995, Contributo alla storia della Statistica nel dipartimento di Montenotte  in "Studi in omaggio di Carlo Russo", Società Savonese di Storia Patria, Savona, pp.338-339; P. Calcagno: 389.




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