venerdì, maggio 05, 2017

Museo Curtius di Liegi

Al museo Curtius di Liegi (Belgio) sono conservati vetri di tutte le epoche. Qui vediamo vetri prodotti da altaresi nella vetreria dei Bonhomme nel sec XVII.
Diascalia del Museo citante Altare e le produzioni "straordinarie" che i vetrai dovevano fare per i Bonhomme.
Verres à serpent. 

Verre à boutons (Bonhomme)


Verre à serpent extraordinaire.



Nel 1559, nel territorio di Liegi, vi erano fabbriche dei Ferro e dei Colinet. Nel 1568, Nicola Francisci aveva fatto a Liegi i primi tentativi, ma le fornaci lavoravano irregolarmente, non senza alternative di arresti e di riprese. Ad iniziare una vera e propria attività industriale furono i Bonhomme, nella prima metà del Seicento, i quali apportarono migliorie tecniche e rinnovarono il riscaldamento dei forni con il carbone fossile (huille) d'impiego pericoloso allora, essendo il suo uso rudimentale e non ancora suffìcientemente sperimentato (1). Occorrevano grandi superfici di griglie e un buon tiraggio per ottenere una fiamma lunga e regolare che lambisse i crogiuoli e la volta del forno e un'attenzione costante da parte del fuochista, poìchè la condotta del fuoco era assai più difficile che con la legna. I capostipiti delle nuove generazioni di artieri furono gli Altaresi, immigrati regolari, assai più dei Muranesi, clandestini e fuggiaschi. La façon d'Altare predominò nella fabbricazione liegese e risulta, da contratti stipulati tra gli artigiani e i Bonhomme, che i veneziani talvolta erano invitati a lavorare alla façon d'Altare (2). A Liegi lavoravano pure Tedeschi, Lorenesi, Champenois, Valloni. Gli Italiani si dedicavano alla produzione artistica, eseguendo lavori sulla base di disegni di architetti, ed anche d'invenzione propria.
La vetreria in Belgio conservò, per tutto il Seicento, un carattere prioritario per l'economia del paese e i contratti stipulati con i vetrai furono tra i più vantaggiosi. Tra gli specialisti, oltre ai maestri, occorre aggiungere  "les conceurs" ossia gl'incaricati della preparazione della composizione del vetro, "les tiseurs", gli incaricati della fusione. "Alcuni Veneziani vennero nelle nostre officine, malgrado le leggi del loro paese, - scrive lo Chambon al riguardo delle condizioni dei Muranesi -, ma le misure severe prese contro i transfughi non rimasero senza effetto. Alcuni operai, che avevano manifestato la volontà di venire ad Anversa, verso il 1565 e il 1589, dovettero comparire davanti ai tribunali della loro città. Eppure la stima in cui gli abili artigiani erano tenuti fece si che si offrissero loro dei contratti, cui difficilmente resistevano. Per questo, appena fuori della loro città, essi diventavano dei nomadi, senza nome, che "apparivano e sparivano",  e non si conosce esattamente chi rimanesse a Liegi. Nella seconda metà del XVII secolo essi furono completamente sostituiti dai vetrai Altaresi, i preferiti, se non i  più ricercati. Questi ultimi venivano richiesti ai Consoli dell'Arte della loro città,  i quali si rendevano garanti della loro condotta e li lasciavano partire previo pagamento di una somma, che variava a seconda della quotazione del maestro. La durata della loro assunzione variava da uno a tre anni. Tanto per portare un esempio, tra il 1643 e il 1651, agli Altaresi veniva pagato un salario di 98-120 fiorini di brabante al mese, oltre all'alloggio e al vitto. L'indennità di mensa talvolta era sostituita dal lavoro di una domestica, che curava la casa del maestro. In caso di interruzione involontaria del lavoro per più di tre settimane, essi ricevevano 24 patacche al giorno." 
Nella medesima epoca, gli Alemanni erano pagati in ragione di 20 patacche di brabante per ogni centinaio di grossi vetri comuni. Essi ricevevano anche l'alloggio e il riscaldamento. I produttori di bottiglie, Alemanni, Lorenesi o Champenois, alla metà del 1600, guadagnavano mezzo pataccone per ogni centinaio di bottiglie, 48 soldi per 400 boccette. I soffiatori di cilindri per le lastre, di origine lorenese, venivano assunti in équipe con i fonditori, gl'impagliatori, i tizzatori, i tagliatori da un reclutatore che se ne assumeva l'incarico. Con lui il datore decideva il salario complessivo da versare all'intera èquipe e gli pagava un "diritto" sui prodotti, da 12 a 13 soldi e mezzo per ogni "lien" da sei lastre. Toccava poi al capo dell'èquipe, sulla base della somma ricevuta, pagare i soffìatori (20 livres per settimana e per ciascun uomo, verso il 1670) e i loro aiutanti. A tutto il personale erano dovuti nutrimento e alloggio. Oltre al buon salario, i vetrai godevano di esenzioni dalle tasse e di altri privilegi. Ma, a partire dalla metà del Settecento, le disposizioni governative non furono più cosi protettive nei confronti dei vetrai ed emesse soltanto a sostegno dei proprietari. Le misure limitative della libertà fino ad allora goduta, tra cui quella di non poter passare da un fabbricante all'altro senza il consenso scritto del primo, crearono antagonismo tra padroni e salariati. Da quel momento il lavoro del vetraio, "molto difficile e chiuso nel numero dei suoi addetti", fu messo sullo stesso piano delle altre industrie (3).
 Il Pholien presenta un elenco (4) dei contratti dei "gentiluomini" altaresi. Un intero capitolo (5) il Pholien dedica ai Massari, ai quali era stata conferita la nobiltà per meriti imprenditoriali e artistici. Li troviamo a Liegi alla "Rochette" (sous Chaudfontaine), a Charles Fontaine (prés Saint Gobain) in Piccardia, a Chatrices et alla Haraz  e nella Champagne, a Javardan (en Fercé) nella Bretagna, a Léffonds in Borgogna, a Nevers, a Verdun, ecc., dove essi si associavano nell'industria con le famiglie vetraie dei Brossard, dei Bruzzone, dei Colinet, dei Ferro, dei Grenni, dei Perotto, dei Racchetti. Indipendentemente dalle loro alleanze con queste famiglie vetraie, essi impegnavano i loro capitali nell'industria con altri notabili, quali i Boiltaux, i Bigault,  i De Cornu, les Mosson, les Ondins, i Dordolot, ecc.e  a Lìegì essi lasciarono la loro discendenza.   "Nei documenti e negli atti notarili, nonostante la varietà dell'ortografia, dovuta alla fantasia degli scribi, il loro nome non deroga dall'ultima matrice altarese", scrive il Pholien, con un velato entusiasmo. In data 16 novembre 1684 si trova un'esenzione dal servizio militare di Pietro e Antonio Massari e Guglielmo Castellano gentiluomini vetrai, loro accordato dal Principe-Vescovo Massimiliano Enrico di Baviera. Pietro Massari, scudiero, Signore de l'Isle, aveva sposato nel 1689, Anna Francesca Grenni e il loro primogenito era stato battezzato a Lìegì. nella chiesa di Santa Veronica. Verso il secolo XVIII, parte di questa famiglia cessò di lavorare, parte continuò durante qualche tempo, senza più dedicarsi all'attività manuale. Tra i primi troviamo dei dottori in diritto, in medicina, preti e notai. L'ultimo dei Massari ad avere dei discendenti, nella seconda metà del secolo XVIII, fu il notaio Stanislao Massari, il quale lasciò un figlio, Carlo Luigi, morto celibe, e delle figlie; una di esse, Clotilde, sposò un ricco industriale, l'altra, Irene, sposò uno Sperti di Ponzone (Liguria). In seguito questo ramo della famiglia si estinse. "La famiglia Massari, fondatrice della Vetrerie di Iavardan , era divenuta titolare della Viscontea di Fercé. Nei vari documenti (1559-1564), i Massari sono qualificati Visconti di Fercé, Signori  della Houssaye in Bretagna", precisa il Pholien che, successivamente, stabilisce un parallelo chiarificatore col paese d'origine: "Il loro stemma corrisponde per la figura, ma non per i colori a quello dei Massari di Altare. Nei Registri di Altare di Caricamento e Scaricamento dei magnifici Consoli dell'Arte, moltissimi Massari vi figurano dal 1685 al 1700 come Consoli".

1. FI. Pholien, La verrerie au pays de Liège. Etude rétrospective. Liège, 1899, p.75.
 2. Pholien, pp. 78-80.
 3. R. Chambon, L'Histoire de la Verrerie en Belgique, Bruxelles, 1955, pp. 148-152.
 4. Pholien, pp. 85-89. "Giovanni Castellano e suo fratello lacopo stipulano un contratto nel 1643. Antonio Mirenghi: il 1/2/1648, rinnovato il 19/3/1650. lacopo Castellano: il 19/3/1650, rinnovato il 7/6/1651. I fratelli Antònio e Battista Grenni: il 2/8/1650. Sebastiano Massari, assistito dai fratelli Francesco e Vincenzo, rinnova il suo contratto il 6/9/1663. Antonio Buzzone aveva lavorato in precedenza presso Henri Ruyson, ma l'aveva lasciato a causa delle "ingiurie e violenze" subite ed era passato alle dipendenze dei Bonhomme il 24/12/1665. Guglielmo Castellano: 21/7/1668. Leandro Ferro: 12/8/1669. Francesco Mirenghi: 3/9/1671. Guglielmo Varaldo: 24/9/1672. Bartolomeo Massari: 6/5/1676. Ottavio Massari: 14/11/1679. Roberto Castellano: 5/1/1678. Corrado Mirenghi: 14/11/1678. Cristoforo Ponta: 18/11/1680. Guglielmo Castellano: 8/1/1681. Claudio e Giacomo Massari: 13/4/1683".  Un altro elenco di Altaresi presenti a Liegi è ricavato dagli Archivi di Stato e dai Registri Parrocchiali di Liegi dall'archivista M. Van de Casteele e  da Henry Schuermans (primo Presidente onorario alla Corte d'Appello di Liegi e archeologo, membro della Commisione del Museo reale d'Antichità di Bruxelle. Egli, nel 1877,  fece raccogliere i disegni delle diverse forme di vetro che figuravano sui tavoli dei Musei di Stato). Dalle suddette ricerche risultano i seguenti nomi: Gian Battista Babino a Liegi dal 1624 al 1627; Bertoluzzi di Altare nel 1702; Tommaso Bormioli nel 1664;  Antonio Buzzone dal 1625 al 1665; Leandro Ferro dal 1649 al 1658; Antonio e Battista Grenni nel 1650; Antonio Massari dal 1684 al 1689; Bartolomeo Massari dal 1676 al 1694; Claudio Massari dal 1685 al 1688. Francesco Massari dal 1663 al 1664; Giacomo Massari dal 1685 al 1691;Ottavio Massari dal 1674 al 1694; Pietro Massari dal 1684 al 1689; Sebastiano Massari dal 1663 al 1694( I Massari rimasero  a Liegi fino alla metà del XVIII secolo ossia fino alla Rivoluzione Francese). Antonio e Gian Antonio Mirenghi lavorarono a Liegi dal 1645 al 1668; Corrado Mirenghi nel 1678; Francesco Mirenghi dal 1671 al 1672. I Mirenghi rimasero a Liegi sino al 1727. Giovanni Negri rimase a Liegi per un anno nel 1666. Odasso (?) fu a Liegi verso il 1625; di qui si trasferì per lavoro in Spagna. Un Cristoforo Ponta era già nelle Fiandre nel 1585. Felino Pertica era a Liegi nel 1626. Alessandro Ponta nel 1674. Cristoforo Ponta nel 1680. Ottavio Ponta nel 1601. Eugenio Saroldi nel 1664. Marco Aurelio Saroldi nel 1664. Marco Eugenio Saroldi nel 1663. Genesio Varaldo vi lavorò dal 1663 al 1645. Guglielmo Varaldo dal 1638 al 1672".
5. Pholien, pp. 91-107.


lunedì, giugno 01, 2015

Museo di Stourbridge

The Stourbridge Glass Museum holds a nice collection of works dating from the 17th Century (as one can glean from the Wiki page). It holds a large collection of books and papers (only accessible to scholars) and a glass furnace available for use of local glassblowers. I visited it last week and here's some pictures that corroborate the excellent website.





Besides the great glass collection, the Museum devotes particular attention to all practical aspects of glassmaking. In a sense, it is not the work of art, but its making (ultimately human passion) that the English seem to cherish the most. A black and white documentary, a collection of sounds and a crucible complete that lively exhibition.




But the most striking thing is not the museum itself (that of Altare is just as interesting, both in its settings and in the value of its collection). It is the perfect preservation of one of the ancient "cones", the old, typical glasshouses.

Underneath a large circular dome stands a full blown glass factory with its furnaces. Behind it, a unobstructed and still navigable channel (giving access to the larger Dudley and English network) which was used in past centuries by all glasshouses to transport goods.

On the one hand, one can only praise the attentiveness with which the British have always approached all aspects of history, including that of industry and manufacturing. It is indeed witness to a higher degree of civilisation, also showing up in their admirable handling of historical landscapes.

On the other hand, we, Italians are invaded by a sense of sorrow and regret in comparison; the sheer lack of interest of everything historical in our Country is beyond imagination.

One must realise that preservation cannot be limited to a handful of buildings and works of art ("vincolo" or grade I listed building), as is the case in Italy. No matter how important, those buildings no longer speak to our souls if they are extracted from their context. Our cities and our churches deprived of their landscape have long lost their ability of speaking to our hearts.

Preservation must include all aspects of landscape. That means preserving not only the external appearance of a few buildings in the the city centre and its immediate surroundings, but also to save for future generations the smells, sounds and physical appearance of the land itself.

Italians have deprived our and future generations of our most fundamental heritage, that is the continuity of rural landscapes, building materials and styles, all that gave to our regions their unique character to the delight of the citizens and visitors alike.

We have now built a homogeneously ugly Country in which every corner looks like every other one, because the old farmhouses have been neglected, the ancient field divisions not respected, the old unity of villages and cities raped by a never-ending, staggering sprawl that lines up along every national road, from Aosta to Sicily.

Only in very peripheral, depressed areas has the countryside subsisted almost unaltered. The reasons of that disaster are innumerable, but the result is now irreversible. Italy is only marginally beautiful, superseded by almost every other European Country, including those of the former Eastern block, as anyone can verify with little effort and a Ryanair ticket.

The general lack of interest shown by the general public is mirrored by the narrowing place that the national economy occupies in the industrial world. A country completely devoid of respect for those who have worked, invented, innovated, cannot possibly play any role in a world that gravitates around innovation and know-how.

To add insult to injury, the recent lamentable state of our national finances has further decreased the GDP fraction that Italy devotes to preserving its depleted heritage.

The case of Altare does not stand out in this gloomy Italian world. In spite of many, encouraging initiatives, the Museum struggles to fund its glassblowing activity.

The medieval Racchetti glasshouse (one of the favourite topics of this blog), has been neglected, nay thoroughly ignored by the local administration, to the point of letting this fundamental piece of history fall apart to the stupor of foreign amateurs and scholars alike.

The recent fall of the dome of the main furnace is a hallmark of shame for Altare and the entire regional administration, as always busy in trading votes in exchange for appalling building projects (read: the rape of Savona's old harbour), possible digging for minerals in a regional park and other crimes of sort.


The glass cone or ancient furnace, with below pictures of the interior and the waterway.





Thankfully, this theatre survived the intense bombardments of WW2 (which resulted in the total levelling of Coventry and in the horrible revenge of the allies, who razed to the ground Dresden and other German jewels)


The Welsh countryside is perfectly preserved, even along the coastline, something that we, Italians cannot possible fathom, given our national culture. We'd probably say that "the marked did not push for construction". But no, laws were passed that preserve the ancient appearance of the English and Welsh countryside, to the joy of locals and visitors alike.
Nice castles are also well preserved
This one oversaw the Irish channel.





A glimmer of hope : there still are flowers !


sabato, maggio 09, 2015

Altare e il porto di Savona : storia


 1)    Il  commercio dei vetrai di Altare in regime feudale.
Altare (Latè nel gergo), un villaggio dell'Appennino Ligure, nel cuore di un'antica  foresta di querce e faggi, non lontano dal porto di Savona, sbocco inesauribile della commercializzazione altarese.
Il vetraio di Altare non lavora nel chiuso della boscaglia, con pochi addetti. Maestro e lavorante egli stesso, si unisce in società con altri maestri, accoglie nuovi operai in grado di rafforzare lo staff industriale; per rendere i suoi prodotti sempre più appetibili sul mercato, segue attentamente l'evolversi dei gusti e delle mode; impianta vetrerie nuove in  zone franche che gli permettono di ottenere migliori guadagni. Affronta gravi sacrifici per i trasporti  dal paese appenninico al porto di Savona, ma si rende forte di una valida équipe di   trasportatori a dorso di mulo, carrettieri, che formano il suo indotto, oltre ai minatori delle cave per l'estrazione della silice, ai taglialegna, ai fuochisti, ai muratori, ai pestatori della soda e della silice, agli impagliatori del vetro finito.
Nei secoli X e XI , il territorio di  Altare  esula da ogni forma di controllo marchionale. Vi è presente solo una chiesa eretta dai Benedettini di Lérins, chiamati dal Vescovo Bernardo  di Savona.
Nella seconda metà del secolo XII entra a far parte del feudo dei Signori del Carretto[1] della dinastia del  Monferrato.  Nonostante il governo feudale, in questo stesso territorio, a partire dal secolo XIII, si assiste a un consolidamento del ceto artigiano, affermantesi nel tempo sempre più vigorosamente. Uomini dai cognomi noti nelle carte del tempo, provengono da località diverse, per la maggior parte da Genova, alcuni da Venezia, da Milano, dalla Val Bormida, da Savona, da Pisa. Costoro, dopo avere superato tirocini di otto anni, diventano maestri e moltiplicano  i commerci. Questa caratteristica di un insediamento plurimo si evidenzia fin dai primi contratti notarili.  Nella seconda metà del Trecento, per acquisto di soda e vendita di vetrame, ricorrono cinque nomi di proprietari di fornaci. Nel corso del Quattrocento, sono più di venti i nomi ricorrenti.

2)    Impianto di vetrerie all'estero. L'industria segue il capitale.
I contratti aumentano considerevolmente nel secolo successivo con personalità nuove, provenienti dalla borghesia locale.  L'aumento progressivo delle transazioni, il trasferimento stesso di familiari a Savona, già iniziato nella seconda metà del 1300, per seguire le operazioni di imbarco e sbarco e creare magazzini, prevede un'organizzazione strutturale , di tipo corporativo,  basata su  norme, effettivamente  concordate da uno Statuto dei Vetrai  , che viene  reso ufficiale nel 1495[2] .
Il porto di Savona è il fulcro del  commercio rivolto verso le principali città marittime della penisola e delle isole, verso la  Spagna, l'Africa del nord.  In  Inghilterra,  già nel 1387-88, i doganieri di Southampton    registrano la presenza in porto di 10 caracche genovesi che risultano avere nella stiva 3.000 pezzi di vetro di    provenienza altarese[3]. Nella seconda metà del secolo successivo, membri delle famiglie vetraie incominciano a pilotare essi stessi galee e saettie per  il trasporto delle merci[4].  La soda, pagata in fiorini, proviene in grosse derrate al  porto di Savona dalla Siria, da Alicante, dalla Barberia (Africa del Nord), dalla Catalogna, dalla Provenza, da Tunisi[5] .
 Gli Altaresi non fondano vetrerie soltanto in Italia, di breve o lunga durata, ma dirigono la loro attività verso territori europei ,  ricchi di  materie prime e di legname, i quali offrono sufficienti garanzie di impianto e vari privilegi, simili in parte, a quelli dei nobili[6]. La prima regione estera, dove i vetrai di Altare instaurano la loro attività, è la Provenza [7] , cui seguono la Linguadoca, il Delfinato, La Borgogna, la Savoia,  la Franca Contea, il Lionese,  il Nivernese, l'Orleanese,   fino a raggiungere  la Normandia, la Bretagna, i Paesi Bassi[8],   il Principato di Liegi, dove gli Altaresi  lavorarono in gran numero à la façon de Venise[9] .
Nel XVII secolo, i vetrai di Altare arrivarono sino in Olanda (Pertica[10] – Da Costa[11]) e in Inghilterra (Dagna-Rachetti-Da Costa[12]). Qui  le famiglie altaresi dei Da Costa e dei Dagna  introdussero[13] la conoscenza del vetro al piombo . Giacomo Battista Da Costa, insieme con un vetraio di Murano,  negli anni 1673-74,  fece molti esperimenti al servizio dell'armatore George Ravenscroft, che si era impegnato a  produrre un vetro simile al cristallo di rocca . A seguito dell'intensa sperimentazione dei due italiani, il Veneziano e l'Altarese, il ricco armatore ottenne un brevetto , per la produzione del  cristallo al piombo,  il 16 maggio 1674[14]. 
Edoardo Dagna si era trasferito in Inghilterra su invito di un ex ammiraglio e uomo d'affari londinese, Mansell Sir Robert[15] ,  e aveva fondato a Bristol la prima vetreria nel 1651. Altri membri della famiglia si erano stabiliti a Stourbridge per trarre profitto dalle miniere del distretto di Birmingham. Qui essi  furono alla base di una crescita fenomenale dell'industria nella regione[16]. I figli di Edoardo Dagna I,  Onesiforo Dagna I – Edoardo Dagna II – Giovanni Dagna I, si stabilirono a Newcastle, porto fluviale sul Tyne e bacino carbonifero.  Furono i primi a introdurre la lavorazione al piombo sul Tyne , sviluppando lo stile conosciuto come Newcastle. La prima delle loro vetrerie, fondata nel 1684 presso Closegate, ottenne una concessione per 999 anni. Accanto alla prima vetreria, ne sorsero altre due, di cui una per vetro flint e una terza per il  vetro verde per bottiglie[17].
Scrive J. Barrelet[18] nel 1953, riferendosi agli Altaresi: " Questi vetrai erano persone abili in più arti, organizzatori lungimiranti, uomini d'affari audaci che avevano un modo nuovo di concepire l'industria e il commercio.  Essi obbedivano  a determinate regole  ed erano solidamente organizzati. I nuovi stabilimenti venivano installati nelle città, in prossimità dei fiumi, mentre i vetrai della boscaglia rimanevano in ambito forestale.

3)    Due secoli di vetreria a Montenotte.
L' Italia del Cinquecento è punteggiata di vetrerie altaresi, da Milano, a Pavia, a Piacenza, a Bologna, a Ferrara, a Roma, a Napoli, a Palermo ecc. rispettose dello Statuto dei Vetrai.
IL territorio di Montenotte, un feudo imperiale, spopolato e ricco di foreste, costituiva, ai fini della produzione vetraria, una vera e propria zona franca, esclusa da tassazioni e da divieti di costruzione di vetrerie. Nei primi anni del Cinquecento, vengono qui costruite vetrerie da parte di Cristoforo Massari, Gaspare e Agostino Veirerio, Bartolomeo Bormioli. Alla fine del secolo rimangono proprietari soltanto i fratelli Giovanni e Manfrino  Saroldi. Dal 1620 , essi prendono in conduzione diretta tutto il territorio del feudo, con diritto all'esbosco, purché provvedano al rimboschimento. Il tutto a breve distanza da Altare, dove rimangono i loro interessi maggiori.  La particolare situazione giuridica di Montenotte e la vicinanza al porto di Savona consentono ai Saroldi di importare direttamente dallo Stato genovese tutte le materie prime necessarie e a prezzo di costo, non dovendo pagare dazi sulla soda – come avveniva invece per le vetrerie di Altare – ed essendo possibile l'estrazione dal Genovesato, di vetro rotto che talvolta riescono a contrabbandare anche alle loro vetrerie di Altare. La vetreria di Montenotte, attiva sino al 1690, costituisce un complesso di notevole rilevanza produttiva, ma anche l'espressione di una notevole iniziativa  imprenditoriale che si esprime anche nelle attività collaterali. Fin dal 1663, i Saroldi superano il problema della preparazione della soda presso le fornaci con l'acquisto esclusivo di ceneri già preparate e pronte per i crogioli, evitando così il ricorso diretto alla macinazione del mulino feudale di Montenotte, con conseguente riduzione del costo[19](Malandra: 114-121). Qui vengono fabbricate lastre di una certa dimensione, fino a 10 palmi per sei, sottili o più spesse, ma sempre di una grande limpidezza e trasparenza.  Il  20  gennaio 1653,  vengono  imbarcate dal porto di Savona, alla volta di Genova, per conto del Marchese Luciano Spinola, 12 casse di vetri per finestre[20] ( Calcagno2013, p. 203) . Nel 1664 Giacomo Saroldi invia 14 casse di vetri per finestre a Palermo. Oggetti di cristallo e di grande raffinatezza vengono spediti , via mare, alle nobili famiglie de' Ansaldo e dei  Fieschi di Genova.

4)    La crisi seicentesca delle Vetrerie di Altare.
 La crisi seicentesca delle Vetrerie di Altare, aggravata dalle tasse sui beni immobili e dagli alti dazi imposti dai Gonzaga[21],  conobbe l'esodo di molti vetrai verso il Nord Europa, ma non la scomparsa dei loro nomi dai registri degli  spedizionieri . Anche nei secoli successivi la produzione altarese continuò a conservare un ruolo di primo piano all'interno del movimento portuale e i mercanti cittadini continuarono ad esercitare un controllo molto stretto sulla sua commercializzazione[22].
In Piemonte, dal 1501, avevano creato vetrerie i Ponta, i Pertica, i Sappa, i Marini,  i Pisani, i Bertoluzzi, i Massari. A questi ultimi, il duca di Savoia Emanuele Filiberto aveva concesso la privativa della fabbricazione e del commercio del vetro nel Canavese, in Torino e nel circuito di 12 miglia dalla città. Nelle vetrerie piemontesi  si erano  avvicendati  vetrai altaresi quali i Marazzano, i Saroldi, i Pisani.
Tra il 1690 e il 1694, i Pisani subirono dei dissesti finanziari, a seguito dei quali dovettero indebitarsi con i duchi di Savoia che entrarono nell'industria con 50% delle azioni. Nei primi anni del Settecento, la fabbrica di Torino era ormai di proprietà dei Savoia, i quali l'affidarono a tecnici altaresi.
 Alle vetrerie di Altare era stato  vietato dal re di Sardegna ( I Savoia avevano acquisito il titolo di monarchi con il trattato di Rastadt 1714) di produrre vetro bianco e di smerciare manufatti in varie città del Piemonte. Nonostante le proibizioni, nel porto di Savona il commercio continuava con la spedizione di un centinaio di  "corbe" al mese (la corba è valutata da 8 a 10 lire del tempo), soprattutto verso "la Riviera", a indicare un raggio di commercializzazione, rimasto  regionale, con l'eccezione di un'unica spedizione per "fuori Dominio" di 10 "corbe"del 23 agosto 1805.  Il vetro continuò a farla da padrone, come precisa il Calcagno, nell'ambito dell'export savonese"  anche nel periodo napoleonico[23].

5)    La fondazione della Società Artistico Vetraria Anonima Cooperativa.
Il 26 giugno del 1823, il re Carlo Felice soppresse in via definitiva la  Corporazione. Da allora si fecero più intensi i flussi di migrazione verso Firenze, Bologna e le Marche (dove c'erano vetrerie altaresi) e addirittura verso l'Argentina e il Perù, dove i vetrai portarono l' arte del vetro con l'impianto di nuovi opifici.
 La ripresa avvenne con la fondazione  della Società Artistico Vetraria nel 1856. Lo spirito imprenditoriale dei vetrai di Altare  permise alla Cooperativa di ottimizzare la sua produzione e di superare le avversità.  Nei primi decenni del Novecento, con l'avvento della ferrovia, molti trasporti incominciarono ad essere effettuati su rotaia, ma le "corbe" di vetro venivano ancora trasportate nelle città del Mediterraneo da  un veliero  di proprietà della Società Artistico Vetraria, ancorato  nel porto di Savona.
"Altare, comune senza territorio , a vocazione industriale", secondo la bella definizione del  Quaini[24] , continuò a vivere della sua arte vetraia fino al 1978. L'attività fu  ancora proseguita, nello stesso edificio industriale, da un imprenditore di Abbiategrasso fino al 1992 .
Ad Altare rimane un forno del Seicento, purtroppo non ancora restaurato e valorizzato nel suo alto significato storico, archeologico e sociale.
Il lavoro e l'arte dei vetrai sono  presenti nelle splendide collezioni del  Museo di Villa Rosa, dove, ogni anno l'attività lavorativa si rinnova con l'accensione di un forno e la presenza di artisti lavoranti, sia di Altare, sia di varie parti d'Italia e anche di provenienza estera.







[1] Charta divisionis inter VII Marchiones De Vasto, Monumenta Aquensia, I,col.53-56, n.42.
[2] A.S.T., Monferrato, Feudi, mazzo5, fasc.2.
[3] P. Calcagno 2014, Savona porto di Piemonte, Savona, p. 201.
[4] G. Malandra 1983, I vetrai di Altare, Savona, pp.82-88.
[5] G. Malandra: 242-255.
[6] F. de Bouillane de Lacoste 2003, Les Gentilshommes –Verriers de la région du Poët-Laval aux XVIIe et XVIIIe siècles, Grenoble, pp. 17-23.
[7] F. Pholien 1899, La verrerie au  pays de Liège, Liegi, p. 81 ; D. Foy 1988, Le verre médieval et son artisanat en France méditerranéenne, Paris, p. 77.
[8] A. Mallarini 1995, L'arte vetraria altarese, Albenga, pp. 41-53.
[9] F. Pholien:85-89.
[10] P. Doppler, Glasblazerij te Smeermaas in de 17eeuw, in « De Maasgouw 50 », 1930  pp.62-63
[11] C. Moretti 2003, George Ravenscroft, considerazioni e aspetti ancora oscuri nel processo di realizzazione del vetro »flint », in" Altare : la cultura del vetro", p. 22.
[12] W.A. Thorpe 1929, A History of English and Irish Glass, London, pp.120-124
[13] E. Peligot 1677, Le verre, Paris pp.,345-346.
[14] W. A. Thorpe 1929:  120-124.
[15] H. Newman 1977, The Dictionary of Glass, London, p.192.
[16] D.R. Guttery 1956, From broadglass to cut crystal, London : 77-78
[17] W.A. Thorpe: 142-195.
[18] J. Barrelet 1953, La Verrerie en France de l'époque gallo-romaine à nos jours, Paris, pp. 73-79.
[19] G. Malandra:114-121.
[20] P. Calcagno: 203
[21]  A.S.T., Monferrato, Feudi, mazzo 5. Nel 1535, il Monferrato, per l'estinzione della famiglia dei Paleologo, era divenuto feudo dei Gonzaga, per volontà  dell'Imperatore Carlo V.
[22] P. Calcagno:339.
[23] P. Calcagno:389
[24] M. Quaini 1995, Contributo alla storia della Statistica nel dipartimento di Montenotte  in "Studi in omaggio di Carlo Russo", Società Savonese di Storia Patria, Savona, pp.338-339; P. Calcagno: 389.



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